L’inerzia è un’isola circondata da paradosso e circoli viziosi.

 Che cosa è mai l’uomo, che riesce a lagnarsi di se stesso!

(Johann Wolfgang von Goethe)

 Di questi tempi è un’ardua impresa tentare di riqualificare l‘immagine pubblica dei giovani.  A sferrare il colpo di grazia ci ha pensato il giovane manifestante No Expo che il primo maggio ha pensato bene di palesarsi in tutto il suo splendore commentando gli scontri avvenuti a Milano durante la manifestazione con frasi del tipo: “è giusto spaccare tutto” “ci stava di brutto” “se non do fuoco ad una banca sono un co*****ne”.  Un’intervista di 2,26 minuti, buona solo ad ispirare un’azienda che vende preservativi.

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“Disfattisti questi giovani d’oggi, buoni solo a lamentarsi quando non impegnati ad essere distruttivi”.

Sebbene ingiustificabile l’espressione di idiozia del ragazzo in questione e di tutti coloro che hanno distrutto Milano, merita fermarsi a riflettere sul paradosso che comporta il dichiarare che un’azione è disfattista senza poi impegnarsi nell’analisi delle ragioni che hanno portato a quello scempio oppure, peggio ancora, ridurre il dibattito al condannare le azioni di un solo gruppo a discapito del lavoro costruttivo di altri gruppi che hanno manifestato il loro dissenso nei confronti della manifestazione Expo 2015.

Questo è lo specchio della società moderna: distruggiamo, neghiamo, condanniamo. Non è una questione generazionale.

Se gli scontri di Milano per i giovani psicologi sono un po’ troppo lontani per capire il senso di questa riflessione, un’ulteriore conferma la possiamo trovare anche nelle vicinanze.

Ci sono evidentemente due tendenze all’interno del dibattito in merito alle problematiche della professione di psicologo che potremmo immaginare così:

flowRoot4199da una parte lo psicologo, di solito immaginato come giovane professionista o neo-iscritto, che si lamenta troppo, dall’altra parte lo psicologo, di solito impegnato professionalmente e politicamente, che si infastidisce ad ascoltare le lamentele ed esorta a mettere in evidenza solo gli aspetti positivi col presupposto che questo renda più forte la categoria.

La deriva auto-compassionevole è effettivamente un fatto categoriale, che però merita di essere analizzato nella sua manifestazione fenomenologico-ermeneutica proprio perché fastidiosa.

Se infatti si nega questa tendenza dicendo “ciò non deve verificarsi” non si riesce a fare una corretta analisi del perché questo avviene e, di conseguenza, questo fenomeno continuerà a manifestarsi. Molti hanno paura del circolo vizioso che potrebbe instaurarsi nel momento i cui si mette in evidenza un dato negativo:

 le cose vanno male (lo dice il dato) – io mi deprimo – le cose andranno peggio.

Questo è parzialmente vero. C’è però un altro circolo vizioso che si instaura che, a mio avviso, è pericoloso allo stesso livello del primo, ovvero:

 mi lamento – mi dicono che mi lamento e basta – non mi capiscono – io non conto nulla – non posso far nulla per cambiare le cose.

Un altro pericolo molti lo avvertono nel momento in cui si utilizzano modalità “digitali” e strumenti nuovi per comunicare un contenuto. La satira (dal latino satura lanx: il vassoio riempito di offerte agli dei) è un genere della letteratura, delle arti e, più in generale, di comunicazione, caratterizzata dall’attenzione critica alla politica e alla società, che ne sottolinea le contraddizioni e promuovendo il cambiamento. Soprattutto sui social network è un genere che attira molto, anche per le caratteristiche strutturali del social stesso. I giovani condividono più volentieri una vignetta rispetto ad un articolo.

satiraC’è sempre chi dalla satira è infastidito, molti nella storia recente si sono sentiti diffamati e hanno cercato di tacciare proprio come disfattiste queste pratiche che risalgono agli arbori della concezione umana di collettività. Certamente la comunicazione di contenuti politici per immagini, soprattutto satiriche, comporta dei rischi, in quanto comunica il contenuto in maniera sottile ed indiretta e non è difficile che il messaggio, se non approfondito ed ampliato attraverso anche altre modalità comunicative, venga frainteso oppure, peggio, strumentalizzato. La scelta di utilizzare tale metodologia comunicativa deve necessariamente essere una scelta parziale,che rimanda direttamente ad un approfondimento meno “digitale” e più “analogico”. Se però si parte dal presupposto che la maggior parte dei giovani, seppur laureati e mediamente acculturati, non abbia la capacità di cogliere un messaggio comunicato in modo indiretto, credo sia normale provare timore e diffidenza nei confronti della scelta di utilizzare tali strumenti seppur più efficaci in termini di diffusione.

Ma dov’è a questo punto il disfattismo? In chi cerca di stimolare un dibattito cercando linguaggi e strumenti nuovi e magari più efficaci o in chi si lascia prendere dal timore che queste sperimentazioni linguistiche possano portare ad un cambiamento che non hanno voglia di affrontare sebbene lo richiedano a gran voce?

PARADOSSO:

Mi lamento del lamento e finisco per lamentarmi e basta a mia volta.

Una sorta di burnout che spesso coglie chi forse è stanco delle continue frustrazioni che comporta l’assumersi la responsabilità di essere rappresentativo di tutta una categoria professionale.

disinformazioneOvviamente il rischio che il dibattito venga banalizzato dalla massa che acriticamente condivide è sempre il rischio che si pone nel momento in cui si rende pubblico qualcosa,a prescindere però,a mio avviso, dalla modalità e dallo strumento. Fatto salvo che ci voglia responsabilità nel valutare e mettere in atto le modalità più adeguate al contenuto, al contesto e ai destinatari (quindi vitale diventa il confronto e il consiglio di chi forse padroneggia meglio tutto questo), il pericolo che la soluzione definitiva alla problematica consista nel relegare il dibattito alla competenza dei “pochi eletti” in grado di renderlo contenutisticamente significativo è ancora più grave del fastidio di ascoltare o leggere una lamentela fine a se stessa. La capacità che la politica deve avere è quella di intercettare la “domanda”, che spesso (ahimè!) la collettività esprima con la lamentela, per coinvolgere e portare alla riflessione il maggior numero di persone possibile con tutti i mezzi a disposizione. Non ci si può lamentare che “le persone non vanno a votare” perché, se non coinvolte nel dibattito, il voto si trasforma in delega e la questione non si risolve,anzi, come abbiamo notato in questi anni, si incancrenisce. Ed è proprio quello il momento in cui si deve avere paura della massa. Diviene vitale quindi impegnarsi a renderla più partecipativa e consapevole, avendo sicuramente capacità di contenimento ma anche molta creatività.

Poi,ci sarà sempre chi cercherà di banalizzare qualsivoglia contenuto, spesso anche per ragioni di convenienza “politica”, ma credo che, se fosse più opportuno dare retta alla pericolosità che comporta il rendere fruibile a tutti un argomento, neanche la politica e la stampa(e quindi la democrazia)  avrebbero senso di esistere.

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