LA SCIENZA DISARMATA DA ”IO NON CI CREDO”.

In questi ultimi mesi, in relazione al messaggio prettamente propagandistico che riguarda l’esistenza presunta di una “teoria gender” che affliggerà, traumatizzandole, le menti dei nostri fanciulli, mi sono chiesta spesso come mai l’esposizione dei fatti, ovvero il chiarimento da parte della comunità scientifica sull’inconsistenza di tali argomentazioni,  non risulti sufficiente a “calmare gli animi” e riportare il dibattito ad un piano di realtà.

marionettaSebbene mi renda conto che l’argomento farlocco in questione  venga rilanciato a cadenza regolare da personaggi politici che hanno interessa a mantenerlo vivo ( vedi l’articolo di repubblica che titola:  “Convegno anti-gay, a Milano arriva il bis. Il Pirellone ne fa un altro: “Di nuovo logo Expo”) , non capisco come sia possibile che i miei coetanei, gente che ha studiato e che dovrebbe avere un livello culturale medio alto e un agevole accesso alle informazioni, si ostinino a non assumere il punto di vista della scienza e propugnino quello della propaganda.

Mi permetto di usare con una cerca sicurezza questo ultimo termine proprio perché descrive in maniera puntuale quello che si sta verificando: la propaganda è “l’attività di disseminazione di idee e informazioni con lo scopo di indurre a specifici atteggiamenti e azioni” ovvero il “conscio, metodico e pianificato utilizzo di tecniche di persuasione per raggiungere specifici obiettivi atti a beneficiare coloro che organizzano il processo”(Philip M. Taylor, Munitions of the Mind: A History of Propaganda from the Ancient World to the Present Day, Manchester University Press, 2003, p.6.).

manifestofascista1La propaganda può presentare i fatti in modo selettivo ( mentendo per omissione) onde incoraggiare una sintesi (una conclusione) particolare, oppure usa messaggi “caricati” onde produrre risposte emozionali piuttosto che razionali alle informazioni presentate.

 In antitesi alla propaganda dovrebbe essere la pura e semplice esposizione dei fatti, della realtà nella loro completezza.

Eppure, nonostante le rassicurazioni dell’autorevole AIP – l’associazione italiana di psicologia che riunisce il mondo accademico degli psicologi (per approfondire clicca QUI ) – ci si ostina a conservare l’atteggiamento, che nulla ha a che fare con un approccio scientifico alla realtà,  dell’ “io non ci credo”.

« [Oggi], una penna è sufficiente ad azionare milioni di lingue »

(Gabriel Tarde, 1901)

4005418963Robert Ezra Park, uno dei maggiori sociologi degli Stati Uniti, nel 1904 scrisse “La folla e il pubblico”. Park, dopo aver affrontato il tema dello sviluppo dei media, notò come «la cosiddetta opinione pubblica è generalmente niente più che un semplice impulso collettivo che può essere manipolato dagli slogan[…]Il giornalismo moderno, che dovrebbe istruire e dirigere l’opinione pubblica riportando e discutendo gli eventi, solitamente si sta rivelando come un semplice meccanismo per controllare l’attenzione della collettività. L’opinione che si viene a formare in questa maniera, ha una forma logicamente simile al giudizio» e risulta di conseguenza incoercibile.

Nel 1908 nasce ufficialmente la Psicologia sociale. Nello stesso anno Graham Wallas, prestigioso docente di Harvard, pubblicò “Human Nature in Politics”:

«Chiunque cerchi di basare il suo pensiero politico su di un riesame del funzionamento della natura umana, deve iniziare col tentare di superare la tendenza alla sopravvalutazione delle facoltà intellettive della razza umana […]L’empirica arte della politica consiste largamente nella creazione di opinioni, nel deliberato sfruttamento delle inferenze subconscie e non-razionali».

Nel 1922 esce Public Opinion di Walter Lippmann, dove viene coniato il famigerato concetto di “fabbrica del consenso”:

«Nella maggior parte dei casi noi […]prima definiamo e poi vediamo […] Immaginiamo molte cose prima di averne avuto esperienza diretta. E questi preconcetti […] governano profondamente l’intero processo di percezione » (p. 81, 90)

530174_315857061802714_153335131388242_790035_171889428_nIn definitiva « i sentimenti sono molto meno specifici delle idee», quindi sicuramente più potenti, ciò può essere sfruttato a proprio vantaggio dai leader politici  attraverso la « intensificazione dei sentimenti e una parallela degradazione dei significati ».

Tutto questo presuppone che il singolo non abbia la capacità di costruirsi autonomamente un’opinione su tutte le questioni pubbliche e quindi «deve essere tenuto al suo posto, non solo perché possa esercitare i suoi poteri, ma ancor di più per consentire a ognuno di noi di vivere libero dallo scalpiccio e dal rumore del gregge disorientato » (Walter Lippmann, 1922).

Che si condivida o meno in toto questo punto di vista passa in secondo piano, ciò che conta è capire che l’autore sosteneva con forza la natura irrazionale delle masse. Infatti Lippmann sosteneva che «l’accesso agli ambienti [dell’informazione] dev’essere limitato, così da evitare che qualcuno possa creare uno pseudo-ambiente da sé e ritenerlo giusto o desiderabile».

Tutto questo è interessante anche perché riformulato (in maniera decisamente più democratica) ai giorni nostri da Umberto Eco, che fa un’analisi dei processi comunicativi sui social network, durante l’incontro con i giornalisti al termine del conferimento della Laurea Honoris Causa in Comunicazione e Culture dei Media dell’Università degli Studi di Torino (10 giugno 2015).

Il filosofo sostiene che ci siano dei processi comunicativi che risultano positivi solo quando si è un gruppo ristretto di persone, mentre diventano « deliri di folla » quando le persone sono molte, in particolare «più di cinquanta».

FullSizeRender-640x590Successivamente analizza il fenomeno dei social network dicendo che permettono «a certa gente di essere in contatto con gli altri – perché abbiamo una natura leggermente onanistica che esclude la gente dai contatti faccia a faccia» e questo per certi aspetti è positivo, ma d’altro canto fanno si che si dia «diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo due o tre bicchieri di rosso, quindi non danneggiavano la società […]gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni e che adesso ha lo stesso diritto di parola di un premio nobel e, a proposito del filtraggio (delle informazioni), uno non sa se sta parlando il premio nobel» o qualcun altro.

Questo potrebbe concorrere a spiegare la famigerata frase “io non ci predo” pronunciata anche davanti a fonti di rilievo internazionale. Continua Eco dicendo: « io credo che dopo un po’ si crei una sindrome di scetticismo, la gente non crederà più a quel che gli si dice».

A dare un assist a Eco è anche una ricerca comparativa internazionale promossa dall’OCSE in merito all’analfabetismo funzionale (progetto ALL- Adult Literacy and Lifeskills – Letteratismo e abilità per la vita). Analfabeta, ci ha ricordato l’OCSE, è anche una persona che sa scrivere il suo nome e che magari aggiorna il suo status su Facebook, ma che non è capace «di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità».

Schermata-05-2456806-alle-14.57.11Le ricerche svolte nel 2003-2004 in Italia su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni hanno denunciato un quadro non brillante: il 46,1% è al primo livello, il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di più alta competenza.

L’analfabetismo funzionale riguarda quasi 3 italiani su 10, il dato più alto in Europa.

Non possiamo stupirci quindi quando costatiamo che siamo anche uno dei paesi Europei più arretrato sulle questioni politiche che riguardano i diritti civili. Non dev’essere facile affrontare certi temi che sicuramente attivano nella popolazione i sentimenti che, come abbiamo visto, sono molto meno specifici delle idee,  e di conseguenza, per natura, prestano il fianco ad un tipo di propaganda promossa da entità politiche che trovano più semplice costruire su questa condizione di debolezza culturale il loro consenso (forse anche per mancanza di contenuti e per ragioni di opportunità economica).

Quindi il concetto di “cultura per le masse”, come diceva Gaber, è un’idiozia?

Assolutamente no, ma certamente servono, soprattutto ai giorni d’oggi, dei programmi educativi che siano in grado di predisporre il ragazzo alla possibilità di usufruire della cultura che si farà attraverso gli studi superiori.

img290363A spiegare meglio questo concetto ci pensa ancora Umberto Eco: «Il grande problema della scuola di oggi è come insegnare a filtrare le informazioni di internet, cosa che nemmeno i professori di solito sanno fare perché anche loro sono dei neofiti rispetto allo strumento, quindi è uno dei grossi problemi e drammi del nostro tempo. Ho cominciato a proporre che i giornali, invece di raccontare pettegolezzi, dedichino due pagine ogni giorno all’analisi critica dei siti».

Serve poi che «un bravo insegnante dica -questo è il tema, copiate liberamente da internet- perché tanto copiano e saper copiare bene è una virtù- ma usate almeno dieci siti- in modo che siano portati a paragonare tra loro i siti ed accorgersi che ci sono delle contraddizioni» e sviluppare un pensiero critico.

 Quindi «ci devono essere da un lato i giornali che con specialisti diversi analizzano i siti -Eco si riferisce in particolar modo al filtraggio delle così dette “bufale”– e dall’altro (bisogna) invogliare gli studenti a paragonare i siti. È l’unico modo».

yoda

Insegnare ad imparare quindi, più un passaggio di competenze, se vogliamo, che di nozioni.

In questo mondo pieno di stimoli, sarà questa la chiave per proseguire verso l’evoluzione e arginare questa deriva medievale che la propaganda sulla fantomatica “teoria gender” esplicita in tutta la sua drammaticità?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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